Catania, la stagione appesa ad una domanda: chi guida davvero?

A Catania, nel calcio, la passione non manca mai. Passione non gratis, come dice qualcuno, ma pagata con portafoglio e cuore dai tifosi e dalla piazza per la palla che rotola. Quello che spesso manca, invece, è la chiarezza dei ruoli, ed è esattamente qui che nasce il nodo della stagione rossazzurra.
Un allenatore deve allenare. Sembra una banalità, ma nel calcio moderno – e soprattutto nel calcio italiano – non lo è affatto. L’allenatore guida il gruppo, gestisce i giocatori nel rettangolo tra allenamento, spogliatoio e gara, prepara le partite, ma non dovrebbe avere le chiavi dell’intera stagione. Quella responsabilità spetta alla società. E invece a Catania sembra ripetersi un copione già visto.
Per la seconda volta, con presupposti diversi ma con una dinamica sorprendentemente simile, Vincenzo Grella ha deciso di consegnare le chiavi tecniche a Domenico Toscano, proprio come accadde in passato con Cristiano Lucarelli; con un supervisore stavolta come Pastore a fare da ponte tra panchina e dirigenza.
Il modello ricorda quello della Premier League: allenatore centrale, struttura societaria più defilata, responsabilità tecniche concentrate nello staff. Ma c’è un problema: questo non è il calcio inglese. È la Serie C, dove le dinamiche di spogliatoio, pressione ambientale e gestione dei momenti difficili richiedono spesso una presenza societaria più incisiva.
Perché quando tutto gira bene, la delega totale funziona, ma quando arrivano le difficoltà, invece, qualcuno deve intervenire. La società deve diventare il “Grillo Parlante” della stagione: entrare nello spogliatoio, parlare con l’allenatore, correggere la rotta.
A volte, sì, serve anche entrare a gamba tesa.
Le caratteristiche di Toscano non sono un mistero per nessuno nel calcio italiano: allenatore di grande personalità, capace di costruire gruppi forti ma anche portatore di rigidità tattiche e gestionali che, se non bilanciate, possono diventare un limite. Pregi e difetti che quest’anno stanno emergendo tutti insieme.
Ed è qui che nasce il problema.
Il Catania FC ha una rosa costruita per vincere la categoria. Non per partecipare, non per galleggiare. Per vincere. E quando una squadra costruita con queste ambizioni mostra più difetti che virtù, le responsabilità non possono restare confinate solo al campo.
Sono tecniche, certo, ma sono anche strutturali.
La domanda che circola ormai apertamente tra tifosi e addetti ai lavori è semplice quanto scomoda: la dirigenza del Catania è in grado di dare una vera sterzata alla stagione? Di guidare, supportare, sopportare e – quando serve – orientare il proprio allenatore?
Perché guidare non significa commissariare. Significa accompagnare.
La prossima tappa ad Altamura potrebbe dire molto più di quanto sembri. Non solo sul campo, ma dentro lo spogliatoio. Anche sulla posizione dei giocatori nei confronti del loro tecnico.
Toscano resta un allenatore che, con la giusta cornice societaria, potrebbe ancora portare il Catania a vincere i playoff. Non è un’ipotesi folle, ma serve qualcuno che costruisca quella cornice.
La domanda finale, allora, torna sempre lì: chi deve farlo?
Perché mentre il tempo scorre e la stagione entra nella sua fase decisiva, una cosa è certa. Il presidente Ross Pelligra non ha investito milioni per vedere l’ambizione del Catania disperdersi tra rigidità tecniche e silenzi dirigenziali.
E a volte, nel calcio, il vero problema non è solo l’allenatore.
È quando nessuno lo guida.
